Le armi chimiche siriane in viaggio verso l'Italia.
I pericoli della "bonifica" in mare e il rischio scorie.
Neutralizzare in alto mare, a
bordo di una vecchia nave, settecento tonnellate di gas tossici “è
un'operazione che non abbiamo mai provato prima”, racconta Rick Jordan,
il comandante della nave americana incaricata di accogliere e
disattivare l'arsenale chimico delle forse armate siriane. Questo
passaggio pericoloso, talmente pericoloso che tutto si fermerà in caso
di mare grosso, toccherà a breve un porto italiano, dove avverranno le
operazioni di trasbordo da due cargo europei alla nave-laboratorio Cape
Ray del carico di Sarin, gas nervino ed altri veleni, consegnati dal
governo di Damasco a Usa e Russia.
Da Cagliari a Taranto, scalo top secret - Lo
scalo italiano, ha detto il ministro degli esteri Emma Bonino, verrà
reso noto solo giovedì 16, ma quattro sono le città più a rischio:
Cagliari, dove il piano di sicurezza del porto è stato progettato da ex
agenti dei servizi israeliani, Gioia Tauro, scalo in crisi e che ha
bisogno di commesse, poi Brindisi, base militare, e Taranto, dove tanto
c'è già l'inquinamento Ilva e non ci si fa scrupoli di scaricare altre
sostanze tossiche per quella che la Us Navy definisce già “un'operazione
senza precedenti”. Anche perché la Cape Ray, che dovrà lavorare e
trasportare i gas, trasformandoli in liquidi contaminati, è un vascello
vecchio di ben 37 anni e, soprattutto, è privo del doppio scafo,
struttura di sicurezza necessaria per le navi cisterna o che trasportano
gas.
Un viaggio pericoloso
- In attesa di squarciare il velo sulla destinazione top secret,
emergono dunque i dettagli di una missione ad altissimo rischio: il
trattamento in navigazione, a bordo di un cargo civile del Governo
americano fermo da tempo ed attrezzato per l'occorrenza, di un enorme e
devastante arsenale chimico, trasportato sino a bordo di mezzi blindati
russi per le pericolose strade siriane sino al porto di Latakia. Da qui,
dove in parte è già arrivato, l'arsenale del presidente Bashar al-Assad
verrà caricato su due mercantili: uno è danese, l'altro è il norvegese
Ark Futura, che proprio in questi giorni ha lasciato il porto di
Cagliari, che collegava abitualmente con la Liguria. Scortate da navi da
guerra danesi e norvegesi, verso la fine del mese queste due
imbarcazioni porteranno in Italia le settecento tonnellate (secondo la
Us Navy, mentre fonti russe parlano di 1.300 tonnellate, quasi il
doppio) di armi chimiche. Il viaggio da Latakia a Cagliari, Brindisi o
un altro scalo italiano sarà già una prima fase complessa: bisognerà
evitare le burrasche per non rischiare di disperdere le micidiali armi
di Damasco.
Il trasbordo dei veleni in Italia - Ancora
più complessa sarà la fase del trasbordo. Secondo il ministro Bonino,
le armi chimiche non toccheranno il suolo italiano, ma saranno
trasferite direttamente da nave a nave, all'interno delle acque protette
dello scalo. Non ci sono indizi sulla durata di queste manovre e,
secondo fonti politiche, lo stesso Governo di Roma non avrebbe ancora
una idea precisa di quanto tempo dovrà durare lo stato di emergenza nel
porto e nei suoi dintorni.
L'esperimento in alto mare
- Superato questo delicato passaggio, comincerà la parte più innovativa
e rischiosa: il trattamento chimico in navigazione dell'arsenale, per
trasformare i gas tossici in un liquido che, pur contaminato, potrà
essere smaltito a terra in appositi impianti, un grande business per il
quale già quattro compagnie dei rifiuti hanno presentato offerte al
Governo statunitense.
I laboratori galleggianti
- A bordo della Cape Ray, cargo civile dell'amministrazione Usa, sono
stati installati due enormi impianti per la idrolisi, il processo
chimico che dovrebbe rendere i gas inerti. Sono apparati complessi dal
costo di cinque milioni di dollari ciascuno, finora utilizzati solo a
terra e mai in navigazione. Ma non c'è tempo di fare le prove ed appena
il Cape Ray, dopo aver lasciato la base di Portsmouth, in Virginia, avrà
ricevuto il suo carico nel porto italiano, comincerà il suo esperimento
senza collaudi né precedenti.
Un'operazione da allarme rosso - Alla
presentazione dell'operazione alla stampa Usa, i tecnici della Us Navy
ed il comandante della cape Ray hanno spiegato che in nessun caso il
processo dovrà svolgersi con il mare agitato. Il Governo Usa non ha
annunciato dove avverrà il trattamento, si sa solo che tutto si svolgerà
in acque internazionali. Quasi certamente nel Mediterraneo centrale,
assai più calmo e riparato rispetto all'Atlantico e ad altre acque. Il
prodotto di questa lavorazione, che avverrà sotto due tendoni isolanti,
con il lavoro di trentadue specialisti, sarà una massa di acqua e
residui di gas tossici, pari a quasi quasi sei milioni di litri se le
tonnellate di gas da neutralizzare saranno 700, doppia se invece si
tratterà di 1.300, come sostengono i russi. Il tempo previsto per il
trattamento dell'intero stock è di circa tre mesi.
Il deficit di sicurezza
- La Cape Ray non ha il doppio scafo, necessario per creare
l'intercapedine destinata contenere, in caso di falle o urti, eventuali
perdite di petrolio, liquidi inquinanti o gas. Quindi la nave manca di
una barriera oggi ritenuta essenziale anche se costosa, ma che era poco
diffusa al momento del varo, nel 1977. Terminato il trattamento, i
milioni di litri d'acqua contaminata da sostanze tossiche andranno
dunque nelle stive, dove affronteranno la navigazione senza il doppio
scafo: un urto come quello della Costa Concordia avrebbe conseguenze
devastanti per grandi tratti di mare e per le coste vicine.
I contenitori stagni - Per
cercare di ridurre il rischio, le autorità americane hanno così fatto
realizzare degli enormi contenitori stagni, da disporre nelle stive per
ospitare i residui liquidi dello smantellamento dell'arsenale di Assad.
“Senza questa nave, la missione non sarebbe possibile”, ha spiegato alla
stampa Usa il responsabile del Pentagono per le armi chimiche, Frank
Kendall, a sottolineare ancora una volta la complessità e il rischio
dell'operazione. Proprio per ridurre i costi ed il pericolo per i propri
cittadini, gli Stati Uniti, con il via libera del Consiglio di
sicurezza dell'Onu, hanno scelto di disattivare l'arsenale siriano in
mare, e ben lontano dalle coste americane.
La disponibilità dell'Italia
- Ed è stato il Governo italiano a venire incontro all'alleato
d'oltreoceano, offrendo la disponibilità di un porto, il cui nome è
ancora top secret, per svolgere la delicatissima fase di trasbordo da
una nave all'altra. Nei giorni scorsi il Wall Street Journal si
è occupato della vicenda, notando come la protesta dei territori
italiani contro l'arrivo delle armi chimiche possa rendere più lenta e
complessa l'operazione.
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Le informazioni pubblicate sono di dominio pubblico.
Le fonti sono facilmente reperibili su Internet.
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